Chi Siamo

Ci occupiamo di educazione ambientale, ricerca, creazione di itinerari ambientali, promozione del territorio e organizzazione di escursioni.
Le nostre iniziative e progetti sono rivolte alle scuole, enti pubblici, privati e turisti.
Gestiamo il CEAS Santa Lucia Siniscola.
Puoi contattarci alla seguente email: lea.hydromantes@tiscali.it

venerdì 9 luglio 2010

Visite guidate alla grotta di gana 'e gortoe




OGNI MERCOLEDI O ALTRI GIORNI SU PRENOTAZIONE SI ORGANIZZANO LE VISITE GUIDATE NELLA GROTTA DI GANA 'E GORTOE.


PER INFO
lea.hydromantes@tiscali.it

lunedì 7 giugno 2010

POSIDONIA OCEANICA


La Posidonia oceanica è una fanerogama marina, quindi una pianta superiore, non un’alga, presente esclusivamente lungo le coste del Mediterraneo. Si riproduce sessualmente mediante la fecondazione di fiori e la formazione di frutti e semi. Il fusto modificato prende il nome di rizoma e da questo si formano le radici che penetrano nel substrato, avendo tanto la funzione di ancoraggio quanto di assorbimento di sostanze nutritive. Il rizoma ha una possibilità di crescita sia in senso orizzontale che in senso verticale, così che la pianta può adattarsi a diverse condizioni ambientali. Le due modalità di crescita permettono alla pianta di colonizzare aree nuove (crescita orizzontale) e consolidarsi in aree dove è presente in abbondanza (crescita verticale). Quest’ultima modalità di crescita determina un innalzamento del fondo marino dando origine ad una tipica formazione a ‘terrazzo’ chiamata con il termine francese “matte”. La “matte” è quindi formata da un intreccio costituito da più strati di vecchi rizomi e radici e da sedimento intrappolato tra questi e fortemente compattato. La parte più alta di questa stratificazione è ricoperta dai fasci viventi della fanerogama. In seguito ad un peggioramento delle condizioni ambientali, che possono far degenerare e morire le piante, la “matte” persiste con l’intreccio dei soli rizomi e radici morte (“matte” morta). L’apice vegetativo da cui originano le foglie organizzate in ciuffi è situato nella parte superiore del rizoma. Ogni ciuffo è composto da 6-7 foglie nastriformi, larghe mediamente 1 cm e lunghe anche 1 m.
La Posidonia oceanica colonizza ampie aree dei fondali mediterranei formando delle vere e proprie praterie sommerse. Le caratteristiche delle praterie sono in relazione, tra le altre cose, con la conformazione del litorale e del fondale, con la trasparenza, e più in generale con la qualità delle acque. Il “margine superiore” delle praterie, il limite minimo di profondità dove è possibile trovare le piante, è situato a profondità estremamente variabili secondo la zona e può giungere a pochissimi metri di profondità mentre il “margine inferiore”, la massima profondità cioè raggiunta dalla prateria, può spingersi fino a 40 m in acque particolarmente limpide.

sos littos sas tumbas 2008 028
Le praterie di Posidonia costituiscono una delle componenti fondamentali dell’equilibrio e della ricchezza dell’ambiente litorale costiero. L’elevato rendimento dell’apparato fotosintetico di questa pianta e le ampie superfici ricoperte dalle praterie fanno si che questa fanerogama contribuisca in maniera notevole all’ossigenazione delle acque.
Le praterie di Posidonia oceanica, con la formazione di una biomassa vegetale media annuale pari a circa 38 tonnellate di peso secco per ettaro, vengono considerate come le più forti concentratici di materia vivente del Mediterraneo. Una parte della produzione della prateria, stimata attorno al 30%, viene esportata verso altri fondi, soprattutto sotto forma di foglie morte. Queste ultime, trasportate dalle onde e dalle correnti, vanno ad alimentare una rete trofica la cui base è costituita da batteri, funghi e protozoi e il vertice da predatori di livello trofico superiore tra cui i pesci.
Le oltre 400 specie diverse di alghe e il migliaio di specie animali che popolano le praterie fanno sì che la diversità ecologica di questo ambiente sia elevatissima. Qui, inoltre, trovano rifugio stadi giovanili di numerose specie di invertebrati e pesci.
La diminuzione della produzione di foglie all’interno di una prateria, causata da uno stato di sofferenza della Posidonia, è in grado di causare ripercussioni sull’intero sistema costiero: impoverimento quantitativo all’interno delle catene alimentari e alterazioni fisiche di alcuni substrati sedimentari che inducono delle modificazioni qualitative dei popolamenti.
Le praterie inoltre possono rappresentare un fattore di stabilità dei fondi mobili e delle rive. Le onde e le correnti ortogonali vengono ammortizzate dall’azione frenante delle “matte” e delle foglie, spesse e alte, e il sedimento in transito viene trattenuto in parte dalle foglie e dal sistema dei rizomi.
L’efficacia della protezione offerta al litorale dalle praterie di Posidonia è dimostrata dalle conseguenze a catena che possono venire innescate dalla loro scomparsa: instabilità ed escavamento dei fondi, erosione
delle spiagge, insabbiamento dei porti, ecc.
Per la particolare sensibilità di questa biocenosi alle alterazioni delle caratteristiche ambientali e per il fatto che rappresenta il popolamento vegetale più esteso e comune del piano infralitorale mediterraneo, dove l’impatto delle fonti inquinanti è più intenso, le praterie di Posidonia vengono normalmente utilizzate quale indicatore biologico.

giovedì 3 giugno 2010

L'evoluzione geologica del Monte Albo

L'evoluzione geologica del Monte Albo

La catena del Monte Albo come oggi la conosciamo è il risultato di diversi e inarrestabili processi geologici succedutisi dall'alba dei tempi. Per capire l'evoluzione è necessario focalizzare l'attenzione sui rilievi che lo incorniciano sia a nord-ovest che a sud-est, costituiti da terreni più antichi di origine metamorfica, per lo più di natura scistosa, prodotti da possenti movimenti orogenetici. Sono i testimoni degli originari strati sedimentari che vennero sconvolti, 350 milioni di anni fa, dall'orogenesi ercinica, alla quale si deve l'innalzamento di altissime catene montuose, seguito dall'intrusione delle masse granitiche. Si venne così a formare l'ossatura del micro continente sardo-corso. Terminata l'orogenesi ercinica, seguì la lunga fase del Permiano, durata circa 45 milioni di anni, durante la quale le grandi montagne vennero profondamente incise dall'azione impetuosa e continua dei corsi d'acqua, trasportando a valle smisurate quantità di sedimenti. L'intensa attività erosiva produsse lo smantellamento delle catene montuose, riducendo il micro continente sardo-corso a una dorsale centrale, circondata da vaste superfici spianate.
E' in questo scenario che iniziò il lungo e lento processo di ingressione marina che diede origine alla sedimentazione dei calcari del Monte Albo nel corso dell'età Mesozoica. Allo stesso modo si formarono diversi altri rilievi sardi, come il monte Tuttavista, l'isola di Tavolara, il vasto Supramonte, i calcari della nurra e quelli di Porto Pino. Queste rocce iniziarono a depositarsi circa 180 milioni di anni fa in ambienti simili alle attuali barriere coralline dei mari caldi.
Durante il Giurassico si verificarono tre cicli sedimentari accompagnati da notevoli variazioni del livello marino, con fenomeni alternati di trasgressione e regressione che, di volta in volta, modificavano gli ambienti di deposizione. Il mare inziò la sua avanzata con acque poco profonde, instaurando un sistema costiero caratterizzato da lagune: in questo contesto si formarono le rocce dolomitiche di colore grigio, che attualmente costituiscono la base del versante occidentale del Monte Albo. Col passare di milioni di anni, il livello marino andò gradualmente aumentando, fino a creare l'ambiente favorevole alla vita degli organismi costruttori delle barriere oralline, dando così origine ai calcari compatti chiari. Successivamente l'azione del moto ondoso portò alla progressiva disgregazione delle strutture delle scogliere e alla conseguente formazione dei calcari bioclastici compatti disposti a bancate. Al termine del Mesozoico la successione degli strati sedimentari di natura calcarea reggiungeva ormai i 1000 m.
L'orogenesi che caratterizza l'era Cenozoica scatenò una serie di imponenti fenomeni tettonici, provocando il distacco del blocco sardo-corso dal contesto europeo e la sua deriva nel Mediterraneo fino a raggiungere l'attuale collocazione. Possenti spinte telluriche determinarono lo sbandamento del massiccio del Monte Albo fino alla collisione con il basamento granitico sollevato di monte Senes, provocando inoltre la sovrapposizione delle dolomie basali del Giurassico sui calcari stratigraficamente più alti. Gli effetti di questi movimenti sono ancora evidenti nelle strutture geologiche e nell'intensa fratturazione delle rocce.
Con un processo inarrestabile che continua fino ai giorni nostri, nel corso degli ultimi milioni di anni l'erosione delle rocce calcaree, operata dagli agenti esogeni come la pioggia e il vento, ha contribuito a determinare l'attuale configurazione del paesaggio.

le creste Monte Albo 2007 002

mercoledì 19 maggio 2010

Conferenza "Le potenzialità degli acquiferi carsici. Ricerca edesplorazioni al servizio del territorio"


Le Provincie di Nuoro, dell'Ogliastra e di Carbonia Iglesias
con la Federazione Speleologica Sarda
presentano il convegno


 


LE POTENZIALITA' DEGLI ACQUIFERI CARSICI
RICERCA ED ESPLORAZIONI AL SERVIZIO DEL TERRITORIO


SINISCOLA, 22 maggio 2010 ore 9:30
Sala Papa Giovanni XXIII



Programma

Saluti delle autorità

ore 10:00 Angelo Naseddu - Presidente della Federazione Speleologica Sarda.
Introduzione

ore 10:15 Paolo Forti - Docente di speleologia all'Università di Bologna
Speleologia e ricerca scientifica

ore 10:45 Mauro Chiesi - Past President della società speleologica italiana
il progetto Trias e le sorgenti di Poiano

ore 11:15 Franco Cucci - Docente di geologia applicata all'Università di trieste
Le acque del Carso Classico

ore 11:45 Francesco Murgia - geologo Provincia di Nuoro
Le ricerche idriche sull'acquifero del Monte Albo

Dibattito e conclusioni

martedì 18 maggio 2010

Pulizia della grotta di Gana 'e gortoe con la Federazione speleologicasarda














Domenica 16 maggio.




Gana 'e gortoe

17 maggio 2010

Con gli speleologi della Federazione Speleologica sarda abbiamo portato in grotta gli alunni della 5° elementare di Siniscola.

Sergio tiene la lezione all'esterno della grotta














                                                                                                              l'ingresso in grotta














                                                                                       lezione su come si attraversa un sifone...


mercoledì 12 maggio 2010

I forni di calce nel territorio di Siniscola


Monte Albo: Utilizzo nel tempo delle risorse ambientali.

I forni di calce
Sos urros ’e carchina




PREMESSA



Il Comune di Siniscola si trova nella costa orientale sarda, oltre che da delle bellissime spiagge è caratterizzato dalla presenza del Monte Albo, una notevole dominante ambientale che nel corso dei tempi ha influenzato in modo considerevole la storia, l’economia e lo sviluppo sociale delle popolazioni circostanti.
Alle sue caratteristiche geologiche si lega indissolubilmente una tra le principali risorse del territorio, rappresentata dalla roccia calcarea, che nel passato ha determinato la nascita di attività come quella dei carchinajos, i cavatori di calce.
Gli antichi forni di calce, che si incontrano numerosi alle falde della montagna, testimoniano le buone pratiche adottate dai nostri antenati in passato e l’uso sostenibile delle risorse ambientali a propria disposizione. Ancora oggi l’attività di cava costituisce una delle più importanti fonti economiche dell’area del Monte Albo.
Da questo forte legame ha preso spunto il nostro progetto, in cui si è analizzato il rapporto tra uomo, natura e ambiente, al fine di stimolare una riflessione sugli stili di vita “arcaici”, traendone insegnamento per uno sviluppo più sostenibile, in cui si fondano antico e moderno. Il progetto è stato finanziato dalla Regione Sardegna e dalla Provincia di Nuoro, attraverso il bando per il cofinanziamento di azioni di educazione all’ambiente e alla sostenibilità. Per la realizzazione di questo lavoro è stata fondamentale la memoria storica dei fratelli Salvatorangelo (noto Toranzelu) e Francesco Bellu, e di Pietro Soro, che hanno lavorato nei forni di calce e sono i testimoni diretti di questa parte del nostro passato. Per il censimento e rilevamento dei forni sul territorio invece è stato d’aiuto Luigi Mulargia.


IL TERRITORIO DEL MONTE ALBO



Il massiccio calcareo del Monte Albo si innalza in prossimità della costa nord-orientale della Sardegna. Dal punto di vista amministrativo è compreso nei territori comunali di Siniscola, Lula, Lodè, Irgoli, Loculi e Galtellì. Considerato un biotopo di rilevante interesse botanico e faunistico, il Monte Albo è stato individuato come Sito di Interesse Comunitario (SIC), estendendosi all’interno di questo per circa 8.832 ettari lungo la direttrice NE-SO, con una linea di cresta lunga oltre 13 km. Le cime più elevate sono Punta Catirina e Punta Turuddò (entrambe 1127 m), mentre a nord-est la più alta è Punta Cupetti (1029 m), che domina la cittadina di Siniscola.
Il paesaggio è caratterizzato dai tipici fenomeni carsici, con un’erosione superficiale che origina falesie, forre, burroni e strapiombi. A rendere assai suggestivo lo scenario contribuiscono campi solcati, doline, voragini e numerose grotte di varie dimensioni e sviluppo.
La ricca flora del Monte Albo è caratterizzata da lembi di foreste primarie di lecci, accanto alle quali convivono numerosi endemismi. Il leccio (Quercus ilex) è la specie forestale più importante e fino a un recente passato le leccete ricoprivano buona parte delle superficie del rilievo montuoso. Tra le specie più diffuse si segnalano il ginepro, l’erica, il corbezzolo e, nelle zone più elevate, l’acero minore.
Di grande interesse è anche la fauna che popola la montagna, comprendente il muflone, la martora, la volpe, il cinghiale, il porcospino, la lepre e la donnola. Sulla cresta, tra le rocce, nidificano grandi rapaci come l’aquila reale e l’astore. Una menzione particolare merita il geotritone del Monte Albo (Speleomantes flavus), un piccolo anfibio che vive all’interno delle grotte, endemismo esclusivo del massiccio calcareo.


L’UTILIZZO DELLA RISORSA ROCCIA NEL TEMPO



Nel territorio di Siniscola, fin dai primi decenni del Novecento, si produceva la calce. Questa attività era favorita dalla presenza della materia prima di cui è costituito il massiccio calcareo del Monte Albo. Testimonianza ne sono i numerosi forni di calce distribuiti sul territorio. Prima della comparsa dei moderni macchinari la lavorazione della calce era completamente manuale e molto faticosa. Nel corso degli anni l’utilizzo della risorsa roccia presente nel territorio ha coinvolto diverse attività.


Cronistoria di alcune delle realtà più significative del territorio

Primi anni Cinquanta: lungo l’orientale sarda nasce la Sardocalce, dove si producevano diversi tipi di calce e di granulati per il mercato locale.

1965: nasce l’Aurora-Marmi e Graniti S.p.A. per la lavorazione dei marmi estratti da una cava adiacente allo stabilimento, in regione Oreo. Non è più in attività.

1974: inizia la produzione del cemento da parte della Ce.Nu., Cementerie Nuoresi S.p.A., creata da un gruppo d’imprenditori sardi. Lo stabilimento fu completato nel 1977, anno nel quale venne anche avviata la produzione. In seguito, con l’esigenza di nuovi apporti finanziari, fecero il loro ingresso nuovi soci: l’Unicem di Torino e la Cementeria di Merone (Como), alle quali nel 1979 passò completamente la proprietà, in seguito acquistata nel 1987 dalla sola Unicem. Nel 1987 la Ce.Nu. fu quindi incorporata nella Unimorando S.p.A., che assieme ad altre unità produttive è confluita nella Cementerie del Centro-Nord, con sede a Casale Monferrato.


I FORNI DI CALCE: LOCALIZZAZIONE E SCELTA DEI SITI



La scelta del luogo dove erigere i forni di calce era molto importante e richiedeva uno studio preliminare dettagliato nel quale si analizzavano diversi aspetti, come l’abbondanza nelle immediate vicinanze di materia prima di buona qualità da estrarre, la possibilità di reperire enormi quantità di legna necessarie per alimentare il fuoco di cottura del materiale lapideo e, infine, la presenza di un versante o una parete per incassare almeno parzialmente il forno al fine di evitare crolli e dispersione di calore.
Nel territorio di Siniscola, allo stato attuale delle conoscenze sono stati censiti 23 forni, distribuiti dalla zona di Oreo, al confine con il comune di Posada, fino a Sa Conca ’e Locoli, ai piedi del Monte Albo. Alcuni di questi si trovano in ottimo stato di conservazione, sebbene da tempo abbandonati, di molti altri non ne restano ormai che rare tracce.


STRUTTURA DEI FORNI E TECNICHE DI COSTRUZIONE



I forni per la cottura della calce avevano una forma tronco-conica e una struttura imponente con capienza media di 800-1000 quintali di calcare. Infatti, spesso avevano un’altezza che raggiungeva i 5-7 m, un diametro di 5-6 m e un’ampia apertura d’ingresso, alta fino a 2 m. Il forno era più largo alla base, mentre si restringeva leggermente nella parte superiore, che rimaneva aperta.
La struttura del forno era costruita a strati di diversi tipi di roccia. La parte interna era rivestita di roccia scistosa, più resistente alle alte temperature (300-400°C), mentre quella esterna era realizzata con l’utilizzo della roccia calcarea e gli interstizi venivano sigillati con l’argilla. All’interno, la parte centrale dove si accendeva il fuoco era chiamata sa lapia.


SELEZIONE DEL CALCARE E ALTRE OPERAZIONI PRELIMINARI



I lavori consistevano inizialmente nella scelta del costone da far franare e, conseguentemente, in base alle fratture che presentava la roccia e alla sua posizione, nella sistemazione delle mine. I blocchi calcarei scelti erano chiamati “trovanti” e avevano delle dimensioni che variavano dai 3 ai 10 m3. Fino agli anni 1965-68 i fori per inserire la dinamite nei “trovanti” erano fatti a mano dai carchinajos con mazze e ferri. Dopo lo scoppio il costone franava nel piazzale sottostante, dove si praticavano le operazioni di spacco, che avvenivano manualmente con la mazza o tramite ulteriori esplosioni effettuate con la “polvere nera”.
Un’altra operazione preliminare all’accensione era la raccolta di una grossa quantità di legna da ardere, della quale si utilizzava quella più diffusa e presente nei dintorni del sito: cisto, lentisco e corbezzolo.


OPERAZIONI DI CARICAMENTO E COTTURA DEL CALCARE



Terminate le operazioni preliminari gli operai provvedevano a caricare il forno divisi in due squadre. Una si occupava del trasporto e della sistemazione manuale della roccia, mentre l’altra squadra si occupava della legna per alimentare costantemente il fuoco. Nella parte centrale, vicino alla fiamma, erano posti i blocchi più grandi, mentre man mano che ci si allontanava si sceglievano via via i pezzi più piccoli.
Conclusa la fase di riempimento si procedeva all’accensione del fuoco nel fornello appositamente predisposto.
A ridosso del forno era allestito un piccolo ambiente utilizzato dagli operai come riparo sia nei mesi estivi che invernali.
Il lavoro e la fatica sostenuta dagli operai erano immani; infatti, per portare a compimento il processo di cottura di un solo forno, era indispensabile la manodopera di almeno 8-10 persone, con turni di due alla volta per un intero mese, sia di giorno sia di notte. Questo non accadeva sempre: in molti casi il lavoro era svolto da squadre ridotte che si alternavano nel duro lavoro.
La cottura della calce poteva durare dai 15 ai 40 giorni, a seconda delle condizioni climatiche. Per alimentare il forno per una durata di 30 giorni servivano in media dalle 30.000 alle 40.000 fascine di legna. Con il bel tempo per completare la cottura di 1000-1100 quintali di calcare si impiegavano 28 giorni, mentre in sfavorevoli condizioni metereologiche essa veniva prolungata fino a 35-40 gg..
Quando la roccia assumeva una colorazione dorata, significava che la cottura era terminata. La resa finale corrispondeva a circa l’80% di tutto il carico, infatti la parte interna dei blocchi, il “cuore”, non raggiungeva la temperatura di cottura.
Una volta terminata la cottura, la calce veniva estratta con le vanghe dal forno. La vendita del prodotto finito avveniva nei pressi del sito, dove i privati si recavano per acquistarla, o nei paesi limitrofi trasportata con i carri.
Per poterla conservare meglio, una volta che veniva idratata, questa veniva posta all’interno di buche nel terreno e ricoperta con uno strato di sabbia.


PROPOSTE PER LA VALORIZZAZIONE, TUTELA E RECUPERO DEI FORNI DI CALCE



Le antiche fornaci, piccoli gioielli d’archeologia industriale, sono uno strumento importante per capire e studiare il passato più recente della nostra attuale civiltà industriale. I forni di calce (sos urros ’e carchina nel dialetto locale) rappresentano una singolare testimonianza e come tali si rende necessaria la loro conservazione perché parte integrante della cultura e delle tradizioni della nostra terra.
Sarebbe importante valorizzarli e creare degli itinerari turistici escursionistici, con percorsi d’archeologia industriale e naturalistici. Infatti, la maggior parte sono immersi in aree di notevole pregio naturalistico molto interessanti per i tipi di fauna e flora che vi si ritrovano.